Il Leopardi privato a Poesia Festival con Paola Pitagora

Il film Il giovane favoloso di Mario Martone (2014) ha affrontato la biografia di uno dei più grandi poeti di ogni tempo, Giacomo Leopardi. A partire dalla messa in scena alcune delle poesie più note del suo repertorio, la figura del poeta viene raccontata dagli anni di Recanati a quelli di Firenze fino all’ultimo periodo napoletano, riassumendo attraverso alcuni fatti salienti la sua esistenza. Spesso, parlando di Leopardi, la sua biografia viene setacciata per comprendere o spiegarne le diverse fasi del pensiero, specialmente per quanto riguarda la salute malferma o le difficoltà nell’inserirsi nel contesto sociale e letterario del suo tempo.

Ma bastano questi pochi dettagli per spiegare il pensiero radicale dell’autore di liriche immortali come L’infinito, A Silvia e La ginestra? Accanto alla produzione poetica, Leopardi ha lasciato una grande quantità di altri scritti, dal noto Zibaldone ai diari personali, fino a un ricco epistolario che comprende le sue corrispondenze con alcuni dei maggiori letterati della sua epoca e con amici e familiari. Inoltre la sua personalità emerge anche dagli scritti delle persone che più gli furono vicine, come Pietro Giordani, tra i primissimi a riconoscerne il talento, e l’amico Antonio Ranieri.

Proprio da questa ricca documentazione, oltre che dal Canzoniere leopardiano, attinge Paola Pitagora per il suo Leopardi – Le voci dell’anima, che andrà in scena a Poesia Festival sabato 26 settembre alle ore 21 al Teatro La Venere di Savignano sul Panaro. Con il contrappunto di musiche da Chopin, Ravel, Brahms e Schumann eseguiti da Fabio Battistelli al clarinetto e da Marco Sollini al pianoforte, Paola Pitagora tratteggerà un Leopardi meno conosciuto attraverso le sue lettere all’amata sorella Paolina, brani dei diari giovanili e citazioni da scritti degli amici Giordani e Ranieri, alternandoli ai versi dei componimenti leopardiani.

Gli scritti di Leopardi sono una ricca di miniera di riflessioni filosofiche, di idee sulla civiltà e la letteratura, ma riservano anche parecchie sorprese. Ad esempio, com’era il rapporto del poeta di Recanati con la tavola? Le riflessioni leopardiane hanno toccato anche il tema della convivialità, ovvero del momento sociale dedicato al cibo. In un appunto inserito nello Zibaldone e scritto a Bologna il 6 luglio 1826, Leopardi mette a confronto la cultura del cibo del suo tempo con le abitudini degli antichi, di cui era profondo e appassionato conoscitore, confessando di mal tollerare l’usanza della conversazione a tavola, e preferendole quella che segue il momento da dedicare al cibo.

«Gli antichi però avevano ragione, perché essi non conversavano insieme a tavola, se non dopo mangiato, e nel tempo del simposio propriamente detto […] dopo il mangiare […]. Quello è il tempo in cui si avrebbe più allegria, più brio, più spirito, più buon umore, e più voglia di conversare e di ciarlare. Ma nel tempo delle vivande tacevano, o parlavano assai poco.
Noi […] parliamo mangiando. Ora io non posso mettermi nella testa che quell’unica ora del giorno in cui si ha la bocca impedita […] abbia da esser quell’ora appunto in cui più che mai si debba favellare […]. Ma io che ho a cuore la buona digestione, non credo di essere inumano se in quell’ora voglio parlare meno che mai, e se però pranzo solo. Tanto più che voglio potere smaltire il mio cibo in bocca secondo il mio bisogno, e non secondo quello degli altri, che spesso divorano e non fanno altro che imboccare e ingoiare. Del che se il loro stomaco si contenta, non segue che il mio se ne debba contentare, come pur bisognerebbe, mangiando in compagnia, per non fare aspettare, e per osservar le bienséances che gli antichi non credo curassero troppo in questo caso; altra ragione per cui essi facevano molto bene a mangiare in compagnia, come io credo fare ottimamente a mangiar da me».

Si è poi spesso citata la sua passione per i dolci, ma le sue preferenze in fatto di cucina è lui stesso a elencarle in un documento autografo conservato presso la biblioteca Nazionale di Napoli: una lista dei suoi 49 piatti preferiti. A queste ricette è stato dedicato anche un curioso libro a cavallo fra l’aneddotica letteraria e il ricettario, Leopardi a tavola, dal quale emerge un uomo che, mentre lavorava a scritti che sarebbero rimasti per molte generazioni a venire, era capace di appassionarsi alle cose della vita.

Cesare Viviani, la poesia degli opposti e l’Infinita fine

Una lunga carriera letteraria, iniziata negli anni Settanta e approdata dopo quarant’anni a un magistero autorevole. Uno dei poeti contemporanei più continui e apprezzati, Cesare Viviani, psicanalista ma soprattutto autore di numerose raccolte che hanno lascito un segno.

«La poesia si caratterizza per ciò che non è definibile – ha detto Viviani in una recente intervista – e non c’è modo di comparare testi poetici dicendo quale sia più riuscito. C’è differenza, senz’altro, ma non si può dimostrare. Non ci sono elementi di oggettività, anche se le forme retoriche e metriche possono essere studiate e spiegarci contenuti, ritmo e prosodia. L’essenza è indefinibile, e questo ci mette in difficoltà». In poesia Viviani affronta temi complessi, ed è uno dei poeti italiani che oggi più profondamente interroga il senso dell’esistere.

Cesare Viviani sarà ospite di Poesia Festival domenica 27 settembre presso la biblioteca “Lea Garofalo” di Castelfranco Emilia, in una mattinata che vedrà protagonisti anche Franco Arminio e Chandra Livia Candiani.

«Prima di tutto ci sono due parole fondamentali: “presenza” e “assenza” – spiega ancora Viviani – la vita è fatta di pieni e vuoti, e la presenza non può fare a meno dell’assenza. L’esperienza umana è illusoria perché cerca di eliminare l’assenza, che fa paura, e incrementare la presenza, cercando di riempire i vuoti». La poesia di Viviani ritorna ai concetti di meditazione e contemplazione, al confronto con ciò che non si riesce immediatamente a decifrare. Un atteggiamento che richiede di deporre la presunzione di poter comprendere e dare un ordine al mondo e domanda umiltà. Una forma di preghiera.

«È vero, forse la parola della mia poesia è sempre stata un’invocazione, una preghiera – afferma Viviani in una vecchia intervista – ma vorrei distinguere. C’è una richiesta di protezione e di aiuto che ogni sera sale dai nostri cuori rivolta a Dio, un Dio inteso come un padre buono, un fratello maggiore, un compagno soccorrevole, un Dio familiarizzato. E poi, invece, c’è un Dio a cui non si può dire e di cui si può dire, a cui non si può chiedere, impensabile, irrappresentabile. Ora la parola della poesia è quella che mette il pieno dell’affettività di fronte al vuoto dell’universo».

E sulla finitezza dell’universo Viviani torna anche nella sua più recente raccolta poetica, Infinita fine (2012), dove al lettore viene imposto un punto di vista straniante sulle cose umane. È come se la natura stessa prendesse la parola, in un flusso poetico e narrativo che somiglia a una lunga meditazione sull’accettazione pacificata del destino umano.

Nutrimento in versi: Ivano Marescotti, il cibo e la poesia

Carmina non dant panem dice un antico motto latino. La verità di questa affermazione è stata ripetuta da moltissimi poeti e artisti, magari alzando le spalle e alzando gli occhi al cielo, per sottolineare con fatalismo la condizione precaria di chi si dedica alle arti o come lamento perché da tanto impegno e talento sarebbe lecito aspettarsi di che vivere.

Fuor di metafora, non del solo piacere della scrittura hanno vissuto in ogni tempo i poeti. I piaceri della tavola e del buon vino hanno appassionato anche molti di loro, spingendoli a lasciare nella propria produzione qualche traccia di questo amore.

A questo tema Poesia Festival dedica un evento con un protagonista che non poteva essere più adatto. Ivano Marescotti metterà in scena venerdì 25 settembre alle ore 21 a Marano sul Panaro il suo Linguàza. L’uomo è ciò che mangia, spettacolo che presenta un ricco repertorio di citazioni e letture tratte dai grandi della letteratura di ogni tempo rivelandone i “peccati di gola” preferiti. A partire dalla nota citazione del filosofo tedesco Feurbach contenuta nel titolo, la serata inanella ricordi, versi ed estratti dalle opere di autori come Marziale, Baudelaire, Neruda, Baldini, Shakespeare, Yeats, Metastasio. L’assortita selezione letteraria fa da contrappunto a una saporita e divertente aneddotica romagnola, dove i piaceri del cibo e del vino sono il pretesto per raccontare vicende di saggezza e ironia popolare che sanno illuminare con arguzia i fatti della vita.

Ludovico Antonio Muratori
Ludovico Antonio Muratori

Dalla Romagna all’Emilia. Quali i poeti della terra emiliana, golosa e amante della buona tavola, che hanno cantato le specialità di una cucina generosa? Tra i molti che si sono cimentati nell’impresa, c’è anche un illustre concittadino del festival. Ludovico Antonio Muratori (1672 – 1750) è stato uno dei più importanti intellettuali della sua epoca. Bibliotecario degli Estensi a Modena, erudito e appassionato studioso che si è dedicato a numerose discipline, dalle lingua antiche alla filologia, dalla numismatica alla filosofia morale, mantenne relazioni epistolari con molti intellettuali italiani ed europei del suo tempo ed è uno dei padri del metodo storiografico moderno. Tra i suoi molteplici interessi anche la poesia trovava uno spazio importante, con alcuni tentativi di scrittura in linea con le tendenze della letteratura dell’epoca.

Tra questi sono particolarmente curiosi i carmina macaronica giovanili. La “poesia maccheronica” è un genere che assume una sua fisionomia a partire dal Quattrocento recuperando la tradizione burlesca medievale. La lingua utilizzata per scrivere questo genere di componimenti è il latino. Non si tratta però del latino colto degli autori classici: se della prestigiosa lingua di cultura rimangono la sintassi e vengono per lo più rispettate le regole metriche proprie della poesia, il lessico è ricco di ibridazioni con il volgare, spesso richiamato nei registri più bassi, mentre i temi sono tutt’altro che “alti”: si parla spesso di cibo, elogiandone i sapori ed evocandolo in quantità smisurate, ma vi vengono ricordate anche altre funzioni corporali che mai avrebbero trovato posto nella letteratura “ufficiale”. Un incontro stridente fra registri lontanissimi che, nelle opere più riuscite, ancora oggi genera divertimento.

Con il Farinae elogium (“Elogio della farina”), Muratori coglie l’occasione per citare in rassegna numerosi dei piatti che ancora oggi si preparano in questo angolo di Emilia – e che evidentemente lui stesso adorava! –, golosità che nascono dalla semplicità della farina. Specialità senza tempo che ritornano nelle parole di un grande intellettuale di questi luoghi. Ecco la traduzione in italiano dell’Elogio della farina del prof. Gabriele Burzacchini, docente di Letteratura greca all’Università di Parma.

Elogio della farina
in relazione alle vivande
con essa
preparate.

Perché spalanchi gli occhi, o Musa?
Perché protendi il collo?
Stai forse ammirando i maccheroni cosparsi di formaggio?
Son figli della farina, questi.
Oh, le innumerevoli vivande fatte di farina!
Essa
alle cucine tanti servigi arreca.
L’ammirano
piattini, pignatte, padelle, mense, e degli uomini le bocche,
che senza questa vivere non possono.
Contemplo il quotidiano bisogno del pane,
della cui bontà la gola degli uomini non resta mai sazia.
Di torte, tortelli, tortellini
la sfoglia
è ancor niente.
Domandatelo ai fornai, che tanto le sono amici,
ed essi
gnocchi, tortiglioni, crescenti e crescentine
vi mostreranno.
Ridono i cuochi, mentre di farina numerose apprestano vivande,
e la tavola stessa
ora guarda stupefatta lasagne, ora tagliatelle,
ora ammira i lunghetti, ora gnocchetti, ora grattini.
Quanti sono, poi, i piatti di vermicelli!
Talora sono grossi, talvolta si fanno sottilissimi.
Ogni qual volta sfrigola la padella,
altrettante volte pure se ne estraggono rosolate frittelle.
Nella farina riconoscono la propria madre pasticci, e spongate,
e zuccherini e offelle, e sfogliate
dalla farina
traggono ghiotta origine.
Che dire, poi, dei contadini,
i quali
o che mescolino farina nei sughi di mosto,
o che nei “suoli” facciano ben unti borlenghi,
della sola utilità della farina
fanno uso.
O amata e riverita farina!
Tu che
nei marchingegni delle cucine tante volte sei adoperata,
e che
in tante vivande trasformata
alle nostre bocche svariato, saporito e gustoso
cibo somministri.

Poesia per i più piccoli: quattro appuntamenti “mini” a Poesia Festival ’15

L’amore per le parole, l’educazione al bello, l’abitudine all’ascolto sono attitudini che si imparano fin da giovanissimi. Per questo Poesia Festival riserva grande attenzione ai bambini all’interno della propria programmazione, inserendo spettacoli dove la poesia diventa un gioco bellissimo e una scoperta divertente.

Oltre alle mattinate riservate alle scuole del territorio, il programma di Poesia Festival ’15 offre diverse occasioni di incontro con la poesia per i giovanissimi, momenti da condividere con tutta la famiglia.

Doppio appuntamento nel pomeriggio di sabato 26 settembre. Alle 16 alla biblioteca MABIC di Maranello, l’attore Marco Bertarini porta in scena il suo Mitologico!, uno spettacolo dove la mitologia esce dai libri e prende vita davanti agli occhi di un giovanissimo pubblico. L’incanto dei miti raccontato con un linguaggio semplice, accattivante e ironico, che presenta storie avvincenti, piene di situazioni e di immagini che fanno trattenere il fiato.

Alle 16.30 presso il Centro Culturale di Marano sul Panaro il Teatro dell’Orsa porta in scena Storie e poesie a colori. Fiabe e versi di pace e libertà, uno spettacolo in poesia dedicato ai più piccoli sul tema della pace e della libertà. Protagonisti una pecora che sogna la tranquillità dei pascoli e il cielo azzurro, un topo che raccoglie per l’inverno raggi di sole e parole, e un re che per capriccio vuole scatenare una guerra. Come andrà a finire?

Due appuntamenti tra cui scegliere anche domenica 27 settembre. Alle 16 a Villa Sorra, in località Panzano di Castelfranco Emilia, l’attrice Sara Tarabusi mette in scena Cento parole in un piatto di carta luminosa. Libri come piatti di poesie per tutti. Uno spettacolo divertente per scoprire come le parole abbiano anche sapore e consistenza. Parole salate, corte e lunghe, morbide e resistenti. E che gusto particolare avrà la poesia?

Alle 16.30 al Teatro La Venere di Savignano sul Panaro l’attore Roberto Anglisani svela il meraviglioso mondo di Topo Federico racconta. Un topolino narratore scopre la sua abilità durante un lungo inverno salvando con le sue storie i suoi compagni dal freddo e dalla fame. Le sue storie fanno bene alla sua comunità, perché toccano il cuore e fanno sorridere, e faranno sorridere e pensare anche i bambini.

Quattro idee per vivere l’esperienza di Poesia Festival in famiglia e sfamare l’insaziabile curiosità dei bambini.

Michael Krüger: il poeta-editore che crede al futuro dei libri (e della poesia)

Tanti poeti si sono messi al lavoro dietro le scrivanie delle case editrici. Da T. S. Eliot che diresse la gloriosa Faber and Faber, ai casi italiani di Vittorio Sereni direttore letterario della Mondadori tra gli anni Cinquanta e Sessanta e Franco Fortini prezioso consulente per Einaudi. La tradizione dei poeti “in azienda” continua ancora oggi, e l’ospite internazionale dell’edizione 2015 di Poesia Festival ne è un continuatore esemplare. Michael Krüger è stato per decenni un pilastro di una delle più prestigiose case editrici tedesche, la Carl Hanser Verlag. Entrato come lettore presso l’editore di Monaco di Baviera nel 1968, dal 1986 ne è diventato direttore letterario, carica che ha lasciato di recente dopo una carriera luminosa che lo ha portato a inserire in catalogo ben quattordici scrittori premi Nobel, tra i quali Joseph Brodsky, Derek Walcott e Tomas Tranströmer.

«Bisogna essere allo stesso tempo psicologi, uomini d’affari, lettori e amici per essere editori» ha detto in una recente intervista a un quotidiano tedesco, sintetizzando le qualità che ne hanno fatto uno dei più rispettati protagonisti dell’editoria tedesca ed europea. In tempi di velocità e libri usa-e-getta, Krüger dichiara di essere stato sempre un funzionario editoriale vecchia maniera, di quelli che corteggiano gli autori importanti e che lavorano a lungo sui manoscritti di uno scrittore promettente. E come poeta non ha mai scordato di lasciare spazio alla poesia: «Naturalmente devo avere un piano, perché devo dare da vivere alle persone che lavorano nella casa editrice – dichiarava Krüger in un’altra intervista di qualche anno fa – ma pubblico anche otto raccolte di poesie all’anno. Questo per me non è negoziabile. Un editore che non pubblica raccolte di poesie, come molti grandi editori, a mio parere non capisce molto di letteratura».

Michael Krüger sarà a Poesia Festival sabato 26 settembre alle 18 alla Sala dei Contrari della Rocca di Vignola. Discorso del viaggiatore è il titolo dell’incontro che il poeta tedesco ha scelto per questa sua uscita italiana, che lo vedrà intervistato da Theresia Prammer e Roberto Galaverni. E il viaggiatore in questione non può che essere lui stesso: esploratore della letteratura, la propria ma soprattutto quella degli altri, e poi il viaggiatore curioso che nell’ultima raccolta tradotta anche in Italia da Mondadori col titolo Spostare l’ora manda cartoline in versi da ogni angolo del globo, e infine il viaggiatore che attraversa le stagioni dell’anno e della vita. Vero protagonista della poesia europea dei nostri giorni, Michael Krüger è uno degli autori che oggi più intensamente e lucidamente riflette sul problema del tempo, del presente e della storia senza rinunciare a una vocazione da osservatore delle più appartate presenze del mondo che ci circonda: Spostare l’ora porta in primo piano, come protagonisti e soggetti di diverse poesie, piante e animali di una natura addomesticata ma non per questo privata di un’intima tensione.

«Non passa giorno senza che mi occupi di poesia» ha affermato Krüger. «Molte persone, se le osservate in treno o all’aeroporto, se ne stanno sedute e leggono enormi, terribili romanzi polizieschi, insopportabilmente noiosi e ripetitivi e altre cavolate del genere, mentre potrebbero trovare una più chiara comprensione del mondo in una poesia di Paul Celan o di Hans Magnus Enzensberger. Sul ruolo della poesia e sul futuro dei libri, Michael Krüger non ha dubbi: «Fortunatamente sono nate ultimamente molte piccole case editrici che stanno recpuerando il gusto di fare bei libri, che si oppongono all’industrializzazione estrema. Tornano a essere editori nel senso tradizionale del termine. Naturalmente il mercato potrà correggere i loro progetti, ma queste persone sono il futuro».

La notte della poesia: un omaggio all’Antologia di Spoon River a Poesia Festival ’15

Dopo cento anni dall’uscita in volume, il mito dell’Antologia di Spoon River è ancora vivo. Si tratta di uno dei libri di poesia più letti e che più ha toccato l’immaginario collettivo. Specie in Italia, diventata il “paese d’adozione” del volume più noto della ricca produzione in versi del poeta americano Edgar Lee Masters. Merito sicuramente dei molti artisti, specie nel mondo della musica, che vi si sono ispirati su entrambe le sponde dell’Atlantico. Per il pubblico italiano rimane una pietra miliare il disco di Fabrizio De André Non al denaro non all’amore né al cielo, che raccoglie nove canzoni ispirate ad altrettanti componimenti dell’Antologia.

A questo libro è dedicata idealmente “La notte della poesia” che si terrà a Poesia Festival a partire dalla mezzanotte di sabato 26 settembre presso lo Spazio Famigli di Spilamberto. A questo appuntamento per tira-tardi di Poesia Festival prenderanno parte i poeti Luca Ariano, Chiara Bernini, Giorgio Casali, Roberta De Piccoli, Valerio Grutt, Isabella Leardini, Alessia Natillo, Giuseppe Nibali, Valentina Pinza, Francesca Serragnoli, Stefano Serri e Mariadonata Villa, che si alterneranno al microfono per leggere componimenti propri e tratti dall’Antologia di Spoon River, in un’atmosfera notturna che restituirà la suggestione delle confessioni dall’aldilà dei personaggi di Masters. A intervallare le letture ci saranno gli interventi musicali di Gio Stefani, Michele Vignali e Angus Mc Og.

Ma perché in Italia ha avuto questo successo un libro così profondamente “americano”, le cui radici affondano nella realtà agreste di un Midwest intriso di cultura puritana, e quindi così lontano? Il mito dell’Antologia nasce con Cesare Pavese, appassionato studioso e “scopritore” della letteratura americana tra i tardi anni Venti e gli anni Trenta. Nel 1930, mentre stava dando gli ultimi ritocchi alla sua tesi di laurea su Walt Whitman (altro poeta di cui si parlerà a Poesia Festival ’15), Pavese riceve dal suo “corrispondente americano” Antonio Chiuminatto diverse novità importanti della letteratura statunitense. Fra queste c’è anche la raccolta di scarne elegie in forma di epitaffi di Masters. Pavese se ne innamora, ringrazia con entusiasmo l’amico, e ne scrive su alcune riviste. Anni dopo consiglia il libro a una giovane allieva, aspirante studiosa di letteratura inglese, la quale a sua volta ne viene elettrizzata: Fernando Pivano. È la stessa Pivano a raccontare il colpo di fulmine per quelle liriche senza fronzoli: «Quando [Pavese] mi diede i primi libri “americani” li guardai con grande sospetto. Ma l’Antologia di Spoon River l’aprii proprio a metà, e trovai una poesia che finiva così: “mentre la baciavo con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso mi fuggì”. Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato. […] Non c’è dubbio che per un’adolescenza come la mia, infastidita dalla roboanza dell’epicità a tutti i costi in voga nel nostro anteguerra, la semplicità scarna dei versi di Masters e il loro contenuto dimesso, rivolto ai piccoli fatti quotidiani privi di eroismi e impastati soprattutto di tragedia, erano una grossa esperienza. […] In questi personaggi che non erano riusciti a farsi “capire” e non avevano “capito”, dal loro dramma di poveri esseri umani travolti da un destino incontrollabile, scaturiva un fascino sempre più sottile a misura che imparavo a riconoscerli; e per riconoscerli meglio presi a tradurli, quasi per imprimermeli nella mente».

Queste traduzioni furono ovviamente “scovate” dal maestro Pavese, che le propose a Einaudi per la pubblicazione. Per aggirare le limitazioni della censura sulle opere straniere (specie americane e inglesi), nel 1943 uscì una scelta di componimenti tradotti dalla Pivano con il titolo Antologia di S. River, fingendo che il volume contenesse i pensieri di un improbabile San River. Il libro fu presto sequestrato e subì alcune modifiche imposte dal regime prima di riapparire, ma nel frattempo era già nato un culto clandestino fra molti giovani antifascisti. Ciò che accadde in seguito coincide in buona parte con le vicende culturali dei movimenti giovanili dei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. All’America capitalista e imperialista si preferisce quella creativa e anticonformista che anche in letteratura irradia valori nuovi e differenti. E l’Antologia fa parte a pieno titolo di quei libri che hanno contribuito a costruire il mito di un’America come frontiera di un mondo che può cambiare. Oltre al disco di De André e alle numerose riduzioni teatrali e radiofoniche che ne sono state tratte, lo testimoniano l’oltre mezzo milione di copie che Spoon River ha venduto in Italia nel corso degli anni.

Dal poeta paesaggista al “paesologo” poeta: Franco Arminio a Poesia Festival ’15

Franco Arminio è una figura di intellettuale difficile da rinchiudere in una sola definizione. E allora il termine che ha coniato per definirsi, “paesologo” appunto, diventa il modo più semplice per iniziare a parlare di lui. Poeta, saggista, narratore, viaggiatore, documentarista. Sono tante le cose di cui si occupa instancabilmente. Con un filo conduttore: l’amore per il paesaggio e l’impegno per l’ambiente e lo sviluppo di uno stile di vita più sostenibile.

«Per Franco Arminio, il fondatore della paesologia, il paesaggio non esiste» ha scritto di lui Marisa Scotti sul sito “Doppiozero” «non è mai, cioè, un’immagine, uno spazio di contemplazione, o, per quanto l’attenzione alle sue peculiarità sia un requisito importante, qualcosa da descrivere, ma un ambiente di esperienza, che per essere tale passa per l’emozione. È il luogo del fare. Ma siccome per lui nessun fare prescinde da un investimento passionale, diventa immediatamente un luogo appassionato. Il luogo delle passioni».

Animatore del blog “comunità provvisorie”, Franco Arminio è un autore dunque che non distingue l’attività di scrittura dal suo impegno quotidiano a favore di un rapporto più consapevole e rispettoso con il paesaggio circostante, impegno che, come riporta lo stesso Arminio nell’intervista che potete vedere e ascoltare qui sotto, nasce con il terremoto dell’Irpinia del 1980.

Franco Arminio sarà a Poesia Festival domenica 27 settembre presso la biblioteca “Lea Garofalo” di Castelfranco Emilia, in una mattinata che vedrà ospiti anche Chandra Livia Candiani e Cesare Viviani.

Scrittore “specialista” delle forme brevi, in poesia preferisce uno stile semplice ma non dimesso, che cerca una sintonia immediata con il lettore, in quanto pensata come il luogo in cui letteratura e utopia si incontrano per innescare una scintilla di rinnovamento nel modo di pensare.

Una poesia diretta, che presuppone sempre la presenza dell’interlocutore al di là della pagina e dribbla il rischio dell’autoreferenzialità. Poesia quasi come un contatto fisico, d’amore in senso allargato: non solo per un singolo individuo, ma per tutte le persone, per ciò che ci circonda, per chi non c’è più, nella ricerca incessante di una dimensione universale. Una proposta che lo stesso Arminio, in un breve articolo apparso sul sito “Le parole e le cose”, ha sintetizzato così: «Molti lettori hanno lasciato la letteratura come speranza, come luogo del mondo in cui si prova a capire il mondo. Una volta la letteratura esisteva perché era il margine bianco delle opere e in questo margine c’era spazio per riconoscersi, per fare e disfare amicizie, per alimentare polemiche, per esprimere ammirazione». Uno spazio che la poesia può – e deve – tentare di ricostruire.

Poetry Soundtrack: la poesia nel cinema, nella musica, nella voce

Fare la storia del cinema suonando musica. Sembra un paradosso, ma si tratta del mestiere di compositore di colonne sonore, quel tappetto musicale più o meno discreto che accompagna la visione di un film sul grande (e anche sul piccolo) schermo. Un ruolo che a volte rischia di passare in secondo piano, ma che alcuni grandi interpreti del genere sanno valorizzare al punto da far ricordare i propri fraseggi più delle battute dei film.

È il caso di Luis Bacalov, il compositore di origini argentine che a tanti capolavori del cinema italiano ha dato un’anima con le sue composizioni, fino a ricevere il premio Oscar nel 1996 per la colonna sonora del film Il postino, l’indimenticabile ultima apparizione di Massimo Troisi. Un film che ha a che fare con la poesia: tratto dal romanzo Il postino di Neruda di Antonio Skàrmeta, la storia ha tra i suoi protagonisti proprio il poeta cileno.

Assieme all’attore Cosimo Damiano Damato, Luis Bacalov sarà il protagonista dello spettacolo inaugurale di Poesia Festival ’15 giovedì 24 settembre al Teatro Ermanno Fabbri di Vignola, subito dopo la lezione magistrale del poeta Franco Loi.

Poetry Soundtrack è una carrellata emozionante attraverso le più note composizioni per il cinema di Bacalov, e allo stesso tempo un omaggio ai registi che si sono avvalsi del suo talento. Con diversi punti in comune con la poesia. La voce di Cosimo Damiano Damato dialogherà con il pianoforte del compositore argentino rievocando gli artisti che hanno concepito le importanti pellicole cui Bacalov ha dato il suo prezioso valore aggiunto attraverso poesie, ricordi degli amici, passi di scritti privati e di interviste. Si va dal tema Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, dove l’intellettuale scomparso tragicamente quarant’anni fa verrà ricordato attraverso le sue note al testo evangelico e un monologo inedito, passando per La città delle donne di Federico Fellini, con la lettura di pensieri del regista e degli amici fino al già citato Il postino, per ricordare la figura di Massimo Troisi attraverso le parole dell’autore napoletano e di chi lo ha conosciuto. Si passa poi al cinema di genere, che le musiche di Bacalov hanno contribuito a far amare anche al pubblico dei cinefili: dalle musiche di Django, composte per per lo spaghetti-western di Sergio Corbucci e volute anche da Quentin Tarantino per il suo recente remake (e proprio alcuni stralci di interviste ironiche e surreali del cineasta americano faranno da contrappunto alle musiche), a quelle per la pellicola cult Milano Calibro 9 di Fernando Di Leo, con la sorprendente lettura di poesie scritte da uno dei registi più “duri” del cinema italiano.

Uno spettacolo per chi ama il grande cinema, la musica e le suggestioni letterarie, con la poesia a fare da fil rouge attraverso i diversi momenti, emergendo nelle letture e nel mondo artistico di ogni regista, rievocata dalla voce di Damato: un debutto all’insegna dell’incontro fra linguaggi per Poesia Festival ’15.

Poeti al lavoro. Il Giro d’Italia della Poesia fa tappa a Mantova

Il lavoro – e la vita sul posto di lavoro – è un tema che nella poesia contemporanea è entrato diventando una delle possibili metafore per leggere il mondo (ne abbiamo scritto anche ieri a proposito di Milo De Angelis). Sono sempre di più gli autori di poesia che dedicano testi o interi libri alle proprie esperienze lavorative, dalle quali ricavano suggestioni che superano il mero racconto della quotidianità e linguaggi per raccontare scorci a volte poco noti della nostra epoca.

È il caso dei poeti mantovani che saranno protagonisti del secondo appuntamento con il “Giro d’Italia della Poesia” che andrà in scena a Poesia Festival nella mattinata di sabato 26 settembre al castello di Levizzano RangoneIvano Ferrari e Giancarlo Sissa. Entrambi nativi di Mantova, il primo ancora risiede nella città dei Gonzaga, mentre il secondo ha scelto in seguito Bologna come base.

Nella prima parte degli anni Duemila entrambi i poeti hanno dato alle stampe due volumi dedicati ai mestieri che svolgevano o avevano svolto – e che oggi non svolgono più – e che per entrambi hanno segnato fondamentali tappe del loro percorso poetico. Nel 2002 Giancarlo Sissa ha pubblicato Il mestiere dell’educatore (Book editore), mentre nel 2004 è stata la volta di Macello di Ivano Ferrari (Einaudi). Entrambi libri del lavoro come – notava Alberto Bertoni nella prefazione a Sissa – difficilmente ne erano emersi nella precedente tradizione della poesia italiana. Le analogie potrebbero fermarsi qui. I due mantovani hanno confezionato libri diversissimi, nel linguaggio, nell’ispirazione e nell’ambiente indagato. Il mestiere dell’educatore raccontava l’impegno quotidiano di Giancarlo Sissa nell’ambito della prevenzione del disagio sociale, soprattutto degli adolescenti; l’esperienza rievocata in Macello da Ivano Ferrari era quella durissima del mattatoio dove aveva lavorato qualche tempo.

Nel Mestiere dell’educatore emerge quell’attitudine melodica riconosciuta già da Giovanni Giudici nella prefazione a Prima della Tac, silloge compresa nel Sesto quaderno di poesia contemporanea italiana di Marcos y Marcos nel 1998, e poi confluita nel volume in questione. Il mondo degli adolescenti problematici, individui prematuramente scaricati da una società competitiva e tesa all’utile, sono lo specchio per Sissa invece di un’umanità comunque carica di promesse e qualità pure nei supposti difetti, non avendo egli «in mente nessuna poesia sociale in senso stretto, né alcuna volontà di militanza per un mutamento storico, piuttosto quella di costruire, attraverso il contatto con la vita, una difesa esistenziale che preservi la nostra integrità, la nostra ingenuità un po’ bambinesca», come ha scritto di recente Luca Mozzachiodi in occasione dell’uscita di Autoritratto 1990-2012 (Pequod), l’antologia che riepiloga la produzione di Sissa.

Le poesie di Macello Ivano Ferrari le ha iniziate a comporre negli anni Settanta, al tempo della sua esperienza nel mattatoio mantovano. Sono liriche sporche, scarne, glabre, che restituiscono il senso di discesa agli inferi di un ambiente terribile, dove se non si mette tra parentesi – o si smarrisce totalmente – la propria umanità si dura poco. E questo mattatoio potrebbe davvero essere aggiunto all’Inferno dantesco, o diventarne un aggiornamento. Tra personaggi umani e animali che vedono sfumare le proprie differenze, il carnefice e la vittima sono protagonisti di un massacro, dove «l’intera storia umana è spogliata dei suoi orpelli e delle sue intercapedini interpretative storiche, religiose, sociali ecc e viene posta di fronte al suo vero limite e precipizio. […] Qui siamo posti di fronte alla vita e alla morte, alla morte degli altri ma anche alla nostra morte di specie», come ha scritto Antonio Moresco, narratore mantovano e tra i principali commentatori dell’opera di Ferrari.

L’incontro a Poesia Festival sarà l’occasione per ascoltare anche la più recente produzione dei due poeti. Da qualche anno Giancarlo Sissa si impegna infatti ad esplorare i territori della “prosa poetica”, genere che ha scelto anche per il suo ultimo lavoro originale dal titolo Persona minore (qudu Libri, 2015), mentre il più recente volume di Ferrari è il toccante La morte moglie (Einaudi, 2013), nel quale il poeta ritorna nella prima parte sui temi della mattanza animale di Macello, e nella seconda attraversa il difficile tema della malattia, dell’agonia e della scomparsa della moglie.

Incontri e agguati: Milo De Angelis a Poesia Festival ’15

Milo De Angelis ha affrontato nella sua poesia diversi temi: la memoria, il tempo, la scomparsa dolorosa di un affetto, la sua Milano di periferia. Non aveva ancora affrontato invece uno dei temi autobiografici che per primo salta agli occhi leggendo la misurata nota che ne descrive il percorso in quarta di copertina: “insegna in un carcere di massima sicurezza“.

Si tratta del carcere di Opera, una struttura penitenziaria che ospita numerosi reclusi alla periferia sud di Milano con forte presenza di soggetti pericolosi, ma che offre programmi di scolarizzazione e avviamento professionale. Un carcere di massima sicurezza è uno dei luoghi più difficili da frequentare anche se si ha la consapevolezza di poter tornare a casa dopo ogni giornata di lavoro. È qui, «nella grigia / stalla di via Camporgnago quaranta» che Milo De Angelis svolge il servizio di insegnante. Ed è qui che ha ambientato la sezione conclusiva, dal titolo Alta sorveglianza, del suo ultimo lavoro in versi, Incontri e agguati, uscito a giugno 2015 per Mondadori.

Introdotte da una citazione della Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde, nella sezione “carceraria” del nuovo lavoro di De Angelis si alternano due voci, quella più vicina alla dimensione autobiografica del poeta stesso, che con una scrittura insolitamente caricata di riferimenti concretissimi alla vita del penitenziario – con l’ingresso nella sua poesia di un lessico che siamo soliti incontrare nei resoconti giornalistici – e quella di un detenuto che racconta la propria di vicenda di assassino di una giovane donna, termine drammatico di una vicenda passionale.

«Fin dall’inizio, appena entrato in carcere, – ha spiegato De Angelis in un’intervista al sito «Le parole le cose» – ho intuito una presenza che era già in me e che in nessun luogo era forte come lì, tra quelle mura. La presenza dell’esilio. L’esilio fa sentire il suo richiamo in ogni penitenziario, ma ancora di più a Opera, che ha un numero rilevante di detenuti “ostativi”, ossia con la certezza giuridica di non potere più uscire da lì, nemmeno per un giorno. Parlare in classe dei grandi esiliati della letteratura – parlare di Dante o di Tasso, di Ovidio o di Rimbaud – crea sempre risonanze profonde, così come […] discutere delle varie forme di esilio, su cui i detenuti perpetui riflettono da sempre, come il loro professore».

Milo De Angelis sarà a Poesia Festival sabato 26 settembre alle ore 16.30 presso la Sala delle Mura di Castelnuovo Rangone per presentare Incontri e agguati intervistato da Roberto Galaverni. Il poeta milanese, tra i più apprezzati oggi in attività e punto di riferimento per molti tra i lettori più giovani, potrà ripercorrere una carriera poetica fatta di molte tappe luminose fino all’ultimo, rigoroso lavoro che conferma la tenuta stilistica di Milo De Angelis e attraversa, oltre alle vicende del penitenziario, il riemergere di figure e vicende del passato e il teso confronto con l’ossessione della fine.

Qui la lettura di Massimo Natale di Incontri e agguati per «il manifesto»:
http://ilmanifesto.info/milo-de-angelis-questa-morte-e-unofficina/

Scrittore e cantautore: bis di Dente a Poesia Festival ’15

La tentazione di passare dallo spartito alle pagine di un libro è forte se sei un autore di canzoni. C’è chi lo fa per scrivere un’autobiografia dove riassumere le avventure e gli incontri di una carriera, e chi si dedica alla scrittura inventando mondi narrativi che affascinano tantissimi lettori, non per forza gli stessi che seguivano la musica del cantante-scrittore.

Ultimo in ordine di tempo e dal punto di vista generazionale a cedere a questa tentazione è stato Dente, al secolo Giuseppe Peveri. Il cantautore fidentino, emerso negli ultimi anni come una delle voci più interessanti e apprezzate della canzone italiana, ha deciso di affidare al formato silenzioso del libro una raccolta di scritti molto particolari, pubblicati quest’anno da Bompiani col titolo Favole per bambini molto stanchi. Brevi, a volte brevissimi scritti, con il tono della favola e il passo beffardo della freddura, che giocano con i significati, con i suoni e creano un mondo rovesciato che chiede al lettore di essere osservato con uno sguardo diverso, rinnovato. «Mi piace molto giocare sui livelli di lettura, l’ho fatto anche in alcune canzoni. Mi affascina anche come lettore, dalla semplice metafora ai doppi significati fino ai messaggi nascosti. Credo che questo libro si possa leggere in tanti modi, una favola al giorno, tutto d’un fiato, un capitolo alla volta, soffermarsi su una favola per un po’ oppure leggerla senza pensarci troppo, ascoltare il suono» ha spiegato Dente al sito «Ho un libro in testa» a proposito di questa sua originale opera letteraria (leggi l’intervista completa).

Dente presenterà Favole per bambini molto stanchi a Poesia Festival venerdì 25 settembre a Castelvetro di Modena alle 18.30 presso il bistrot Bicér Pîn dialogando con il giornalista Roberto Serio. Un aperitivo letterario dedicato al suo affezionato pubblico per conoscere questa originale dimensione artistica di un protagonista della musica indipendente.

A seguire, presso il Teatro di via Tasso alle ore 22.30 Dente imbraccia la chitarra e sale sul palcoscenico per un concerto acustico dove ripercorrere una carriera che ha prodotto fino ad ora quattro album e centinaia di concerti in tutta Italia, più numerose prestigiose collaborazioni.

«Non mi dispiace la definizione cantautore» ha affermato tempo fa al «Corriere della Sera» (leggi l’articolo), precisando però di essersi allontanato dalla concezione “poetica” della stagione classica dei cantautori, quando si faceva « credere a tutti che una canzone debba essere come una poesia, invece è una canzone e basta». Per i tanti che lo seguono da tempo, Dente è però qualcosa di più di un cantautore degli anni Duemila. Nei suoi testi, che parlano spesso dei trabocchetti e delle disillusioni dell’amore contemporaneo, riesce a rispecchiarsi una generazione, come accade con molti colleghi che stanno ottenendo proprio negli ultimi anni molta approvazione di pubblico come Zen Circus, Le luci della centrale elettrica, Brunori SAS e che sono diventati, volenti o nolenti, per davvero o nella finzione mediatica, ideali portavoce dei loro coetanei.

Franco Loi: la poesia in dialetto inaugura Poesia Festival

È uno dei fenomeni che più contraddistingue la letteratura italiana quello della poesia in dialetto. Come un torrente sotterraneo le lingue popolari sono sempre state presenti, spesso costituendo un dilemma per molti scrittori. Se, solo per fare due esempi, già Dante nel De vulgari eloquentia tentava un sommario elenco delle parlate regionali italiane, e ancora un’opera come l’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo è scritta in una lingua a forti tinte “padane”, dall’altro lato la vicenda dell’italiano letterario si sovrappone al tentativo di nascondere le lingue locali a favore di una lingua colta e letteraria unitaria. Così non stupisce se Ludovico Ariosto riscrive fino a tre volte il suo Orlando furioso per farlo coincidere con la norma “toscana”, e se secoli dopo Alessandro Manzoni ritiene “scritta male” la prima stesura del suo romanzo, e sceglie di «risciacquare i panni in Arno» prima di rimettere mano ai suoi Promessi sposi.

Con la significativa eccezione ottocentesca di Giuseppe Gioacchino Belli e di Carlo Porta, sarà il Novecento, specialmente dopo il 1945, a riscoprire il valore della poesia e dei poeti in dialetto, comprendendo la grandezza di figure dimenticate e prestando attenzione ai tanti poeti che sceglievano gli idiomi locali per la scrittura. Poesia Festival ha spesso dedicato attenzione ai poeti in dialetto, ospitando negli anni figure di riferimento come Franca Grisoni e Fabio Franzin, presentando antologie sul tema come l’Italia a pezzi o invitando a intervenire Franco Brevini, uno dei principali osservatori del fenomeno – senza dimenticare che del comitato scientifico del festival fa parte Emilio Rentocchini, uno dei principali poeti in dialetto di oggi.

Per questa undicesima edizione, Poesia Festival ha scelto di affidare a uno dei principali autori in dialetto la lezione magistrale durante la serata inaugurale. Sarà infatti Franco Loi il poeta protagonista la sera di giovedì 24 settembre presso il Teatro Ermanno Fabbri di Vignola.

Nato a Genova nel 1930 ma milanese d’adozione, ha scritto libri indimenticabili di versi proprio nel dialetto meneghino, pur riadattandolo in modo del tutto personale, «come si è andato memorizzando dalle esperienze di lavoro, di attività politiche e di svago»: così lo stesso Loi ha voluto precisare in una nota introduttiva a Stròlegh, il suo primo libro importante del 1975. Un «uso della lingua fortemente inventivo ed esuberante, ad ampia escursione espressionistica» è, secondo la definizione di Roberto Galaverni, quello di Loi, poeta che della sua Milano ha attraversato la storia degli ultimi decenni, esperienza raccolta alcuni anni fa in bel libro intervista dal titolo Da bambino il cielo (scheda del libro). Dalla Milano del Dopoguerra che attrae masse di persone da ogni angolo d’Italia con la speranza di un lavoro e di un’esistenza migliore, passando per la Milano del boom economico, del Sessantotto, degli anni di piombo, fino alla metropoli moderna dove sopravvivono scampoli di un mondo che non c’è più. Ma anche la Milano fucina di pensiero e letteratura di Vittorini, Sereni e Fortini e quella delle passioni, della politica come impegno totale del tifo milanista.

«Avevo il milanese dentro di me molto più di quanto pensassi» racconta Franco Loi a proposito dei suoi esordi di poeta e della “vocazione” per il milanese come lingua della poesia. Un percorso che inizia da questa prima illuminazione e continua fino ad oggi, con una produzione in versi inesausta e che segna uno dei percorsi poetici più interessanti del Secondo Novecento.