Yarno Bignone

I

Sarà impossibile non adorare il posto.
Locale fragile come un nido vuoto e nascosto.
Finali scaleni di stanze avvitate a volta su fondi di scale
fumose, voci carezzevoli odorose e muffe pregiate.
Un raro fiorire di penicilline amare,
proliferanti botulismi da asporto e
gassosi, ammansenti gas nervini a contemplare il soffitto
che si fa brumoso e caldo: afoso di questi respiri soffici, sottili:
lunghezze di perimetri percorsi da impalpabili fili
di elettricità statica/isolante seducentemente conduttiva.
E poi sul palco loro. Gambe sinuose raccolte in crocchio nel centro.
Ginocchi fruscianti, stimoli uditivi alle orecchie ubriache
della voce corale insinuante.
Come una voluta di fumo denso,
fermo a vegliare.
A incombere sulla pienezza dell'istante.
Solo quelle ci si danno in pasto.
Gustoso piatto e nutrimento per la vista.
Un dolce al cucchiaio su ricami di parole.
Che salgono.
Salgono.
Ancora salgono e si infiltrano arabeschi alle pareti.
Sfuggono via vaporose e si fanno materia
pesante, che si lascia vedere ma che appena la si sente:
Sono già grigie proprio qui fuori,
troneggianti sulla porta d'ingresso.
Insegna occhieggiante di nuvole di gesso.



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